La cura dell’inflazione è più geopolitica che economica

 

Di Carlo Pelanda (3-6-2008)

 

 

Molti si chiedono se basterà una recessione combinata con aggiustamenti tecnologici per riportare i costi energetici sotto la soglia del contagio inflazionistico. Questa è stata recentemente superata nell’eurozona e negli Stati Uniti, oltre che in Cina e quasi dappertutto nel mondo. Da un lato, lo shock dei prezzi è “lento” e ciò alimenta la speranza che vi sia più tempo per assorbirlo e riequilibrare il sistema economico. Dall’altro, i dati proiettati di produzione e consumo fanno sospettare che se anche la domanda di petrolio si ridurrà in occidente, quella complessiva globale aumenterà trainata da Cina, India ed altri emergenti. Pertanto c’è un serio rischio di stagnazione/recessione combinato con inflazione crescente, cioè di “stagflazione”. Per l’Europa sarebbe grave sia perché il deficit di concorrenza interna non può compensare via efficienza l’inflazione – in questo l’America è messa meglio - sia perché i salariati  chiederebbero adeguamenti degli stipendi, amplificando l’inflazione stessa. Al momento, pur l’Economist sposando l’ipotesi ottimistica, non c’è un dato dirimente che permetta di scommettere se riusciremo a riequilibrare lo shock, evitando il caso peggiore, o meno. Prova ne è che le Banche centrali europea ed americana tengono i tassi fermi perché non riescono a decidere con quanta recessione curare l’infezione. I governi vedono il pericolo enorme all’orizzonte, ma per ora reagiscono con soluzioni minime, restando in una posizione di “aspetta e vedi”. Questa rubrica, invece, segnala che il pericolo maggiore non è dato dalla tendenza di per sé, ma dal non correggerla in tempo utile.

Come? Il problema dell’inflazione è più (geo)politico che economico. Il dollaro basso, in buona parte scelta politica combinata con scoordinamento entro l’occidente, incentiva il rialzo del prezzo del petrolio. La rinazionalizzazione delle produzioni petrolifere ed il loro uso strategico non è stato contrastato. Non chiamatela, pertanto, “inflazione”, ma “tassa” (circa 2 trilioni di dollaro/anno) che le democrazie stanno pagando ai regimi autoritari perché l’impero occidentale si è frammentato e non li tiene più sotto controllo, così diventandone tributario. Tremonti certamente saprà attutire l’impatto inflazionistico interno, ma la soluzione è sul piano della governance mondiale. L’Italia, più vulnerabile di altri all’inflazione energetica, ha il prioritario interesse nazionale a ricostruire il potere globale occidentale contribuendo alla compattazione della Ue, di questa con l’America, e del G8. In tal senso la giusta reazione italiana all’inflazione deve essere una grande politica estera.

Carlo Pelanda